Università di Oxford: vietato discutere di aborto
Università di Oxford: vietato discutere di aborto

Un dibattito sui temi dell’aborto si sarebbe dovuto tenere all’università di Oxford. La discussione è stata prima rinviata, e poi negata. Abbiamo chiesto ai nostri colleghi inglesi di farci una testimonianza di quanto è accaduto. E l’abbiamo tradotta per voi.

Non abbiamo chiesto noi di essere nel bel mezzo di una controversia sulla libertà di parola. Ma la libertà di parola è importante, e ci piacerebbe esporre per quale motivo pensiamo che il nostro dibattito di martedì – tra Tim Stanley e Brendan O’Neill su “questa camera ritiene che la cultura dell’aborto in Inghilterra ci danneggi tutti – avrebbe dovuto avere luogo.

Mentre abbiamo ospitato due tavole rotonde di sole donne l’anno scorso, stavolta si voleva fare cenno alle più ampie questioni sollevate dall’aborto, e Tim e Brendan erano stati invitati in quanto noti commentatori che potevano dare un contributo alla discussione. Ma lo scorso weekend, una pagina di Facebook era stata esposta dalle OxrevFems (un gruppo di femministre di Oxford, ndt), denunziandoci per la nostra scelta di due oratori maschi e minacciando di sabotare l’evento “con mezzi dirompenti”.

In uno scambio di post sulla pagina, uno studente del Christ Church (uno dei college di Oxford, ndt) – dove il dibattito avrebbe avuto luogo, ha chiesto a un attivista di Abortion Rights (“diritto all’aborto”) di “aiutare a stilare una mozione per quel pomeriggio, per annullare l’evento.” L’attivista ha replicato: “direi che il miglior terreno per provarci e farlo annullare è la sicurezza, perché non c’è dubbio che diranno un sacco di cose orrende” (La pagina non è più visibile su Facebook).

Quel pomeriggio, due dei membri del nostro comitato parlarono di fronte ad un incontro completamente pieno di gente del Christ Church JCR (letteralmente, Junior Common Room. Di fatto, è il “sindacato” degli studenti di Christ Church, ndt) per rispondere a “brevi questioni pratiche” riguardo l’evento: riguardo ci dissero, le questioni di sicurezza. Ma erano questioni difficili da sollevare perfino per chi proponeva la mozione. Molti membri del JCR chiedevano: è per caso un attacco ideologico alla libertà di parola, con la scusa della “sicurezza”?

Nel frattempo, la OUSU Women’s Campaign (la Oxford University Student Union è il “sindacato” degli studenti dell’Università di Oxford, ndt) prende posizione: in una dichiarazione firmata dal comitato WomCom, accusano la OSFL (Oxford Students For Life, il gruppo pro-life organizzatore dell’evento, ndr), chiedono di scusarci per il fatto di ospitare l’evento e ci chiedono di cancellarlo. Nel caso in cui non l’avessimo fatto, aggiungono: “incitiamo quelli che lavorano all’interno del Christ Church a impedire che l’evento vada avanti. Comunque, se pure dovesse avvenire, incoraggiamo chiunque sia in grado di procedere con una protesta devastante” (La dichiarazione non è più visibile su Facebook).

Sarebbe stato interessante sapere come l’OUSU – che rappresenta tutti gli studenti – si pone riguardo alla partecipazione della OUSU Women’s Campaign a questa censura. Ad ogni modo, la WomCam ha ottenuto quello che voleva: il Christ Church ha deciso di non ospitare il nostro evento per motivi di sicurezza. Nonostante si sia fatta una richiesta pubblica e si siano contattati altri college, non siamo stati in grado di ottenere una sede alternativa.

Quindi, che cosa ci dice il fatto di ospitare un dibattito tutto maschile riguardo agli Oxford Student For Life? Forse, meno di quello che si pensi. I nostri ultimi tre presidenti, e la maggior parte dei membri degli ultimi comitati erano donne; erano donne anche entrambi i precedenti oratori dell’ultimo periodo – la Baronessa Tanni Grey-Thompson riguardo al suicidio assistito, e Michaela Aston sull’essere “a favore delle donne e a favore della vita”. Entrambi gli oratori al nostro ultimo dibattito hanno avuto aborti.

E’ fuor di dubbio che l’aborto colpisca più le donne che gli uomini. Ma la questione non è così semplice, perché una cultura nella quale l’aborto è praticato comunemente e legalmente – una cultura abortiva – ha implicazioni per chiunque. Per quel motivo, se ne dibatte tutto il tempo nelle classi scolastiche, nei seminari accademici, nei media e in Parlamento, dove all’inizio di questo mese i parlamentari hanno votato per condannare l’aborto selettivo di genere. Comunque, la legge inglese sull’aborto ancora discrimina riguardo ai non nati che hanno disabilità, il che include la sindrome di Down e la palatoschisi: possono essere abortiti fino alla nascita, malgrado siano fondamentalmente sani di fisico, per i quali il limite sarebbe di 24 settimane. Queste sono questioni – riguardo l’eguaglianza, la disabilità e il rispetto per la vita – che vanno oltre la sfera privata, ed entrano nella domanda su quale tipo di società è quella in cui vogliamo vivere.

Noi vorremmo una società che rispetti la vita dei nascituri, maschi e femmine, sani e disabili, e che provveda a un adeguato sostegno per le giovani madri e le donne con gravidanze difficili. Così come si impegna nei dibattiti, l’OSFL è impegnata nel sostegno alle donne nelle spesso incredibilmente difficili circostanze della gravidanza: per esempio, abbiamo fatto una raccolta di fondi a fine mese per aiutare le giovani madri in situazioni di vulnerabilità. Noi lodiamo le brillanti iniziative per studenti genitori portate avanti dai membri della WomCam, inclusa la nomina di un incaricato per gli studenti genitori e accompagnatori, che aiuterà a rendere la nostra Università un posto accogliente per gruppi di persone spesso dimenticate e marginalizzate.

Detto questo, non siamo d’accordo con la WomCam su tutto. Crediamo che il nascituro abbia lo stesso diritto di vivere del resto di noi, e quelle donne sono malamente assistite da una società che non offre una soluzione migliore dell’aborto (una cosa detta tempo fa da Mary Wollstonecraft). Così abbiamo invitato la WomCom a ospitare insieme un dibattito sull’aborto nel prossimo trimestre. Nel momento in cui stiamo scrivendo stiamo aspettando la risposta, ma siamo fiduciosi che un dialogo sano possa avere luogo.

E’ rimarchevole quanto si possa imparare da gente che non condivide il tuo punto di vista, e l’università è la migliore opportunità per la maggioranza di noi per farlo. Questa è la nostra risposta alle critiche rivolteci. Se i nostri argomenti sono deboli, discuteteli con noi. Se le nostre motivazioni sono sbagliate, ditecelo. Se i nostri eventi vi infastidiscono, venite e impegnatevi nella discussione. Ma, vi suggeriamo, non provate a spegnere il dibattito. Non siate “devastanti”. Perché se si percorre quella strada, la gente inizierà a chiedersi: cosa, di preciso, ti terrorizza della libertà di parola?

Questa è la questione che interpella tutti quelli che hanno preso parte in questa campagna di censura. La storia ha fatto il giro del mondo – ed è già un pezzo forte nello Spectator di questa settimana, ed è stato ripreso da testate importanti come il Washington Post così come il Philippine Times – perché la gente è scioccata. Loro pensano che Oxford sia meglio di così. Chiamateci ottimisti, ma siamo sicuri di aver ragione.

Il comitato Oxford Students For Life