Creati perché la donna tornasse a sorridere
Creati perché la donna tornasse a sorridere

Il racconto di una vita da volontaria CAV

Sono ormai trentotto anni che faccio parte del Movimento per la vita, dal momento della mia conversione, avvenuta nel 1976 e partecipai ad un incontro, a Firenze, dove si relazionava sull’operato del primo Centro di Aiuto alla Vita (CAV), dopo un anno dalla sua nascita.

 

La conoscenza di Dio fece sorgere in me una serie di domande: chi sono? Perché Dio ha voluto che esistessi? A che serve la mia vita? Come l’ho vissuta prima d’ora?

Dopo molte riflessioni, ho capito che la vita è un grande dono, ho capito che questo dono ricevuto dovevo a mia volta ridonarlo, ma a chi? Al mio prossimo, a colui che mi sta accanto, al fratello che ogni giorno incontravo; capii, quindi, che dovevo cambiare il mio modo di essere ed impegnarmi in qualcosa che fosse degno della mia esistenza.

Ero insegnante, ma come svolgevo la mia professione? Il mio prossimo erano i giovani studenti e i miei colleghi, dovevo innanzitutto rivolgere lo sguardo a loro, guardarli e amarli come persone aventi una grande dignità con tutti i loro pregi e difetti. Ma Dio non voleva solo questo e si manifestò subito la sua volontà, dovevo andare oltre, interessarmi della vita di tutti e, per una serie di circostanze, della vita nascente; comunicare agli altri che la vita con le sue gioie e i suoi dolori, doveva essere spesa per chi, creato ma non ancora nato, aveva il diritto di viverla.

In tutti questi anni ci sono stati momenti di gioia e di grande dolore, specialmente quando ci troviamo di fronte ad una madre che decide di sacrificare la creatura che porta in grembo e non riesci a persuaderla a portare avanti la gravidanza. Ecco il compito difficile al quale siamo chiamati, se operiamo nei Cav.

Ma anche momenti di grande gioia.

Qualche decennio fa la donna in attesa di un figlio era guardata  con spontanea ammirazione, con compiacimento; il senso di ciò che avveniva in lei era colto da tutti generalmente come un evento naturale e positivo. Nella società attuale è venuta meno questa evidenza, assieme ad una perdita di valori. La gravidanza può essere considerata positiva o negativa a seconda di come viene vissuta o percepita dalla coppia o dalla donna.

Per esperienza vissuta da anni l’operatrice del CAV sa che una donna difficilmente trova nel contesto della società delle valutazioni positive e quindi sostegno. E’ perciò compito dell’operatrice cercare di sollecitare risposte personali, vincere le paure e dar spazio alle speranze, affinchè venga riconosciuta all’evento la connotazione positiva. La donna vive un momento di tempesta emozionale, talora di crisi, anche nel caso in cui la gravidanza è stata accolta favorevolmente. La donna deve rimettere in discussione se stessa, la sua identità, essa vive l’evento con una ambivalenza in cui, a momenti di gioia, di attesa fiduciosa, di serenità, si alternano momenti in cui rimetterebbe tutto in discussione.

La donna amata non abortisce, infatti spesso le cause principali degli aborti sono la mancanza di aiuto, di collaborazione, di accoglienza dell’uomo, l’abbandono, il disinteresse.

La donna ha bisogno di essere ascoltata e compresa. Deve avvertire che i suoi problemi stanno diventando anche problemi dell’operatrice. Il silenzio in certe occasioni è significativo. Lo scopo principale è quello di capire veramente la situazione della donna. Il Cav si pone accanto alla donna, rispetta e accoglie la donna, qualunque cosa ella decida.

Francesca, Alessia, Lavinia, Teresa,…. (nomi di fantasia) hanno saputo dire sì alla vita e sono tornate con il loro bambino felici, sorridenti, fiduciose. E in quel sorriso c’era il loro ringraziamento.

GIULIANA ZOPPIS