Lʼembrione? Uno di noi. Basta equivoci
Lʼembrione? Uno di noi. Basta equivoci

Il 22 marzo scorso, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sul divieto, previsto nella L. 40/2004, di usare gli embrioni crioconservati per ricerca. La Consulta ha rinviato la palla al Parlamento per la complessità dei profili etici e scientifici e il bilanciamento dei diritti in gioco, ma era proprio necessario questo rinvio? La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel rigettare il ricorso con cui Adelina Parrillo rivendicava la proprietà degli embrioni ottenuti con i gameti suoi e del compagno morto, per metterli a disposizione della ricerca, aveva già sentenziato che gli embrioni non possono essere ridotti a “cose” oggetto di proprietà.

La sede della Corte Europea dei diritti dell'uomo, da non confondere con la Corte di Giustizia Europea.
La sede della Corte Europea dei diritti dell’uomo, da non confondere con la Corte di Giustizia Europea.

La stessa Consulta, peraltro, nella sentenza n. 229/2015 con cui apriva all’eugenetica, aveva prospettato l’esigenza di tutelare la dignità dell’embrione, perché «quale che ne sia il più o meno ampio riconoscibile grado di soggettività (…), non è certamente riducibile a mero materiale biologico». Se secondo la CEDU non può essere ridotto a “cose”, oggetto di proprietà, e se secondo la Consulta a mero materiale biologico, se – aggiungiamo noi – non è certo membro di una specie animale, che cosa è o, meglio, chi è dunque l’embrione umano? È, evidentemente, un soggetto umano, seppur dotato per la Consulta di un «più o meno ampio riconoscibile grado di soggettività». È questo un modo un po’ contorto per dire che l’embrione umano più essere «più o meno soggetto» in rapporto al contesto e al bilanciamento dei diritti. Ma ammettere una graduazione della soggettività e con essa della dignità umana contrasta con il principio di eguaglianza che caratterizza la cultura giuridica moderna e, più in generale, la storia del progresso umano.

Non era dunque così difficile per la Corte riaffermare con chiarezza che il diverso stadio di sviluppo non consente in alcun modo l’uso di soggetti umani per effettuare su di essi sperimentazioni distruttive. Del resto, è dal 2004 che l’articolo 1 della legge sulla procreazione medicalmente assistita, rimasto inalterato malgrado tutte le sentenze demolitive, afferma che l’embrione è soggetto: «La Legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Ora occorre che il Parlamento non eluda il cuore del problema e decida una volta per tutte se l’essere umano allo stadio di sviluppo embrionale è davvero “Uno di Noi”, o se invece esistano essere umani a cui, per volere di una maggioranza, si può non riconoscere dignità e non garantire tutela. Se l’embrione umano fosse meno tutelato di un animale da esperimento, si produrrebbe un vulnus al primo dei diritti dell’uomo, aprendo imprevedibili scenari al mutare delle maggioranze. In nome di una malintesa concezione della democrazia, sarebbe a rischio in futuro il diritto alla vita per altre categorie di esseri umani.

Lettere al popolo della vita di Gian Luigi Gigli. Dal numero di Noi Famigli&Vita in edicola.