Un ricordo poetico del Quarenghi 2016: Da grande voglio fare l’astronauta.
Un ricordo poetico del Quarenghi 2016: Da grande voglio fare l’astronauta.

Mi chiamo Luigi, ho diciassette anni e da grande voglio fare l’astronauta.  Cosa ci scorreva, in quel mare che luccicava al tramonto tirrenico?  Cosa fluiva sotto lo strato azzurro riflesso? E appunto, quelle onde che infrangevano il grigio delle pietre e ingoiavano e inghiottivano, noi le guardavamo. Le guardavamo con ammirazione, perché lì tutto ci parlava di qualcosa, e quel qualcosa andava ammirato.  Dico, soprattutto quel qualcosa. Quello di quei giorni non fu qualcosa di insipido, ma di singolarmente salato, perché noi guardavamo il mare.

Quell’andirivieni di acqua e ciottoli noi lo guardavamo con pazienza, perché lì ogni inspiro significava accettare di essere lì.  E noi eravamo lì, e solo lì – in quel momento, a guardare pazientemente – noi eravamo lì e solo lì ed inspiravamo, per il solo piacere di vedere cosa sarebbe fuoriuscito quando avremmo espirato quell’aria che tanto ci riempiva di gioia, e avremmo potuto definire il nostro duplice atto “respiro”. Quel sole al tramonto, e quella luna crescente, e quelle nuvole leggere, e quelle stelle – sia immobili che mobili – noi le ammiravamo pazientemente con commozione, perché sapevamo che eravamo parte di un sistema che definiamo natura, e lo eravamo allo stesso modo in cui lo erano
gli astri e i satelliti. La pazienza nostra fu il perno di quei giorni, e il metodo migliore per divenire umili di fronte alla grandezza di ciò che i credenti chiamano Creatore.

Noi ci siam tuffati – occhi negli occhi- in certi mari di cioccolata e abbiam volato in cieli così chiari, che tutto ci sembrava non dovesse finir mai: e tutto volevamo non dovesse finir mai. Quegli occhi ci diedero sicurezza perché, se guardi bene con gli occhi, allora guardi con gli occhi del cuore.
Noi ci siam tenuti le mani e le abbiamo tenute strette, e soffocavano l’aria e aderivano, le nostre dolci mani. Quelle mani ci infusero pienezza e calore perché, se stringi le mani, allora le stringi pienamente, e senti la forza di quel cuore che batte nei polsi dell’altro.

E allora, cosa ci scorreva, in quel mare che luccicava al tramonto tirrenico?
Cosa fluiva sotto lo strato azzurro riflesso? Il Quarenghi fu il nostro tessere relazioni e ascoltare relatori; fu lacrime di gioia che confondemmo con dolore; furono arrivi e furono partenze, e non è forse vero che arrivi furono partenze?

È che questa cosa che ci scorre e fluisce in quel mare è tutta in direzione di arrivo, ed è pure tutta in procinto di partire. Costantemente ci si ritrova a vivere partendo e arrivando, e se si arriva non si poggiano mai le valigie sul letto. C’hai solo un vestito – sotto quel mare – e devi tenerlo a cuore, e devi riempirlo bene. È il vestito del viaggio, un viaggio che irrompe e che fugge la morte. In quel vestito ci fai il tuo gran bel figurone. Già ti immagino, quanto sei bello e splendente nel tuo vestito.
Un viaggio che riempie i mari e che muove le stelle; un viaggio come il nostro, da ogni parte d’Italia; un viaggio lungo o corto, ma sempre in continuo scambio di arrivo e partenza.
Un viaggio, e cos’altro potrebbe essere – la vita – se non un viaggio in cui guardare dal finestrino con ammirazione e pazienza? Con umiltà, perché sai che ad una fermata dovrai pur scendere, ed è lì che ti lascerai commuovere e ti commuoverai dinanzi a quel mondo che più ne hai voluto, più ne hai avuto.
Ti commuoverai perché il tuo cuore sarà commosso.

E per stravolgere Hugo:
è quell’aurora che noi confondiamo con un tramonto.

E tutta la bellezza che ricevi
e che avrai modo di assaggiare
dipenderà da come tu vivrai il tuo tempo:
pensa un po’ che bello, per esempio,
viaggiare in astronave.

Luigi Gisolfi