La immagini shock e la necessaria cautela.
La immagini shock e la necessaria cautela.
Una ricerca canadese sottolinea i risultati positivi delle immagini shock di vittime dell’aborto. Una lettura attenta dello studio, pero’, suggerisce cautela.

Rilanciata anche da alcuni siti pro-life italiani, una recente ricerca commissionata dal Canadian Center for Bio-Etical Reform (CCBR, un’organizzazione pro life canadese) sembra sottolineare gli aspetti positivi dell’uso di “immagini shock” per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammatica verita’ dell’aborto.

La ricerca confronta campioni rappresentativi di canadesi prima e dopo una campagna dello stesso CCBR, che ha distribuito volantini con le immagini in questione. L’autrice sottolinea come, in generale, si registri uno spostamento di opinioni verso posizioni maggiormente pro life dopo la campagna, e che la maggioranza degli intervistati indichi che la visione di quelle immagini abbia accresciuto i suoi sentimenti negativi verso l’aborto.

L’idea, quindi, e’ che mostrare immagini di vittime dell’aborto aiuti la causa pro-life favorendo uno spostamento dell’opinione pubblica su posizioni di maggiore apertura alla vita, e che – quantomeno – l’uso di tali immagini non danneggi la causa.

Una lettura piu’ attenta dello studio, pero’, dovrebbe indurre una certa cautela. In primo luogo, anche accettando il fatto che tale strategia shock sia efficace, la ricerca non dimostra se essa e’ piu’ o meno efficace rispetto ad altre strategie. In altri termini: non e’ sorprendente che una grande campagna pro-life produca un qualche spostamento dell’opinione pubblica, il punto centrale sarebbe capire se le immagini shock sono davvero lo strumento piu’ efficace per produrre tale spostamento.

In secondo luogo, bisogna tener presente che non sono state intervistate le stesse persone prima e dopo la campagna. Dunque, se anche i due campioni sono simili tra loro nelle caratteristiche socio-demografiche, non si puo’ nascondere il dubbio che quello che gli statistici chiamano “selezione del campione” abbia giocato un suo ruolo nel determinare i risultati. In parole povere, se le persone che hanno risposto al sondaggio dopo la campagna sono quelle maggiormente colpite da essa allora osserveremmo certamente uno spostamento dell’opinione pubblica in senso pro life tra il prima e il dopo, ma tale spostamento e’ dato dal fatto che si stanno intervistando campioni che – in realta’ – non sono uguali tra loro, ex ante.

Visto quanto sopra, e ferma restando la necessita’ di impostare qualunque dibattito e strategia comunicativa su precise analisi statistiche correttamente progettate, difficilmente si puo’ considerare lo studio in questione come la parola finale circa l’efficacia e l’utilita’ delle immagini shock. Al contrario, vista la quantita’ di interrogativi etici e filosofici che il loro utilizzo apre, probabilmente sarebbero necessarie evidenze empiriche ben piu’ forti per suffragarne l’utilizzo.

FT