Una storia di speranza
Una storia di speranza

Mi riceve nell’appartamentino che ora ha in affitto venendomi ad aprire con la sua piccola Lucia Paola di tre mesi in braccio: Gloria, venticinquenne angolana, è una graziosa studentessa di scienze politiche prossima alla laurea triennale che ha accettato di raccontarmi la sua vicenda umana nella quale è entrato anche il Centro di Aiuto alla Vita di Genova, un paio di anni fa.

L’ho lasciata parlare nel suo buon italiano con cadenze portoghesi senza farle troppe domande: non servivano, sembrava un fiume in piena.

“Sono rimasta incinta del mio compagno, anche lui come me studente qui a Genova e proveniente dal mio stesso Paese, e poco dopo abbiamo saputo che il bimbo che portavo in grembo presentava diverse, gravi malformazioni al cuore ed agli arti.

Non potevo dirlo ai miei familiari in Africa, entrambi non avevamo un lavoro e la prospettiva di mettere al mondo un bimbo con gravi problemi in una situazione così precaria ci atterriva.

Tanto che il mio fidanzato, spaventato quanto me, si è “chiamato fuori” lasciandomi, di fatto, sola.

Parlando con un sacerdote, conosciuto tramite il Rinnovamento nello Spirito che avevo iniziato a frequentare, ho saputo dell’esistenza del Centro di Aiuto alla Vita qui a Genova ed ho conosciuto la sua presidente, Paola, alla quale ho subito detto che io, il bambino, lo volevo tenere, non ci pensavo proprio ad ucciderlo.

Si, perché ero consapevole che anche lui fosse una vita umana come la mia e come tale sacra.

Paola mi ha accolta come in una famiglia, dove ho conosciuto tante altre volontarie: un’altra Paola, Monica, Alice e altre di cui adesso non ricordo i nomi, tutte mi hanno accolta come una figlia, così come vedevo che facevano con tutte le altre donne che si rivolgevano al Centro.

Non mi hanno mai lasciata sola in quei mesi difficili di visite, esami, ricerca di centri specializzati che potessero aiutare il mio bambino, pratiche burocratiche con l’università, rinnovo del permesso di soggiorno, tutte cose che mi sembravano insormontabili nel mio stato.

Io dicevo “Sia fatta comunque la volontà di Dio, sia che questa creatura nasca sia che non debba nascere” e purtroppo, giunta al settimo mese di gravidanza, il cuore del mio bimbo ha cessato di battere.

Ho avuto un parto indotto e le mie amiche volontarie anche qui mi sono state vicine, prendendosi cura di me e della cerimonia funebre che doveva essere celebrata.

Nel frattempo il mio compagno si era riavvicinato a me ed anche con il suo aiuto sono riuscita in qualche modo a superare questa dolorosa esperienza e a tornare a guardare al futuro: tre mesi fa è nata Lucia Paola, entro il 2016 dovrei laurearmi e l’anno successivo sposarmi con la prospettiva futura di tornare in Angola.

Vorrei fare un appello a tutte quelle donne che si trovano in una situazione difficile come quella in cui mi sono trovata io: fatevi forza, non mollate mai, quella che portate dentro di voi è già una vita umana come la vostra e la nostra, non la sopprimete, coraggio!”

Di fronte alla convinzione di queste parole, dette proprio perché ben sapeva che sarebbero state lette da molte persone e quasi volendo approfittare dell’opportunità concessale, non c’era molto da aggiungere, così mi sono congedato promettendole che avrei riportato fedelmente anche il suo appello.

Gli occhi della piccola Lucia Paola ed i suoi capelli ricci raccolti in tante palline nere disposte a raggera mi hanno accompagnato nel ritorno, segno della vita che procede nonostante tutto.

Ma ancora di più gli occhi di mamma Gloria, felici come quelli di ogni neo-mamma e sereni come quelli di chi sa di aver fatto con coraggio la scelta giusta.