In Gold we Trust
In Gold we Trust

Breve riflessione sulla guerra di successione al trono d’ America e sulle sue implicazioni in ambito biopolitico.

 

 

Le politiche d’oltre oceano, lo sappiamo, da sempre infiammano gli animi dei cittadini italiani. Per questo, la nostra stampa si sente sempre in dovere di informarci sui mutevoli atteggiamenti degli Stati Uniti d’America: “La più grande democrazia al mondo”, come il Pensiero Unico non smette mai di ripeterci. O almeno, questa è la spiegazione ufficiale. La ragione vera o forse dovrei dire la “ragion pratica” è che questo paese, grande o non grande, democratico o non democratico, possiede comunque una forte vitalità e una capacità straordinaria di influenzare, volenti o nolenti, la politica di quella piccola provincia orientale del suo impero conosciuta come Italia. Il perché questo avvenga, meriterebbe un’approfondita trattazione che tuttavia esula dallo scopo del lavoro. Assumeremo quindi questo dato come tale, concentrandoci sui recenti avvenimenti americani che tengono il nostro paese e non solo con il fiato sospeso.

<When you’re a star they let you do it, you can do anything>. Questa affermazione, che, con una traduzione un po’ puritana, potrebbe essere interpretate come < se sei un divo te lo fanno fare, puoi fare quello che vuoi > è stata pronunciata dal magnate miliardario Donald Trump. Questa sorta di “ius primae noctis” in salsa post-moderna e altre “performances” come un cappellino rosso con una scritta bianca che recitava <President pussy grabber> <un presidente che afferra “quella cosa”> potrebbero essere già sufficienti a definire la personalità di questo candidato. Tuttavia, ulteriori precisazioni si rendono necessarie per meglio definire le implicazioni di una sua potenziale vittoria sul destino delle province orientali di cui siamo abitatori. Questo “personaggio”, come ha fatto recentemente notare un anziano ma ancora lucido Noam Chomsky, nega la presenza del riscaldamento globale, propone un innalzamento nel livello di consumo dei carburanti di origine fossile ed uno smantellamento di tutte le normative in materia di protezione ambientale e paesaggistica. Ha inoltre proposto di deportare 11 milioni di migranti messicani e di offrire assistenza legale agli assalitori di alcuni manifestanti di colore che protestavano ai suoi raduni. Ugualmente da smantellare sarebbero, manco a dirlo, tutti i residui di quello stato sociale già gravemente compromesso da trent’anni di selvagge politiche neoliberiste.

Forte preoccupazione desta anche il sostegno ricevuto dalla National Rifle Association (NRA), la più potente lobby delle armi americana che ha deciso di finanziare la campagna elettorale del magnate. Secondo l’NRA tale scelta sarebbe motivata dal fatto che l’altro pretendente, la candidata democratica Hillary Clinton, modificando il quadro normativo che consente un “disinvolto” utilizzo di armi, avrebbe lasciato le donne <indifese e vittime di crimini>. Trump, che aveva già ricevuto a maggio il sostegno da parte del NRA, ha più volte ribadito il suo pieno sostegno alla libera circolazione di armi sostenendo che, ad esempio, un loro maggiore impiego durante le recenti stragi di Orlando e San Bernardino avrebbe consentito alle vittime di reagire con maggiore efficacia contrattaccando i propri assalitori nel conflitto a fuoco.

Fra le poche note positive di questo candidato, è doveroso segnalare tuttavia il suo atteggiamento di più che giustificata ostilità al North American Free Trade Agreement (NAFTA), il trattato di libero scambio tra Stati uniti, Canada e Messico che ha contribuito non poco all’impoverimento di quest’ultimo paese favorendo l’esodo massiccio di “ispanici” verso gli Stati Uniti.

Più rasserenanti, anche se probabilmente finalizzate unicamente ad intercettare il consenso dell’elettorato più conservatore, sono le sue posizioni riguardo alla bioetica d’inizio vita.

Trump con il suo consueto stile assicura: se dovessi arrivare io alla Casa Bianca la storica sentenza della Corte Suprema che legalizzò l’aborto, la Roe vs Wade, sarà abolita “automaticamente” grazie alla nomina di uno o eventualmente più giudici, pro-vita. Hillary invece, continua il Magnate, <permetterebbe l’aborto fino al nono mese>, consentendo ai medici di <strappare il bambino dall’utero della madre il giorno prima della nascita; per voi potrebbe essere giusto; per Hillary è giusto; ma per me non lo è; è inaccettabile>. Parole certamente sensate e lodevoli ma a dir poco ingenue quando poi aggiunge che le donne che abortiscono dovrebbero essere severamente punite, scatenando persino le critiche di alcune associazioni pro-life che prontamente si dissociano.

Altre note positive sul magante potrebbero essere rilevate in politica estera. Certamente si mostra meno aggressivo di Hillary, nei confronti di Vladimir Putin sostenendo che la Russia potrebbe essere un alleato nella lotta allo stato islamico. Tuttavia le sue posizioni su Siria, Ucraina e Medioriente, restano sostanzialmente vaghe: <Obama e Clinton lo insultano (Putin) in continuazione, non mi meraviglio che non li possa vedere> oppure ancora < Clinton non dovrebbe parlare in modo così duro della Russia> ed anche< Hillary vi dice come combattere l’ISIS, ma non credo che al generale Douglas MacArthur piacerebbe molto>. Peccato che al generale McArthur piacessero poco tutti e in particolare pochissimo proprio i russi.

Nonostante, nel complesso, il suo lessico risulti più distensivo rispetto alla retorica da guerra fredda della rivale, la sensazione palpabile è che ci sia più un interesse a mostrare l’inettitudine e la pericolosità dell’avversario piuttosto che la reale volontà di definire una strategia politica di lungo termine sia per il Medioriente che per il resto del globo. Stessa cosa per quanto riguarda i rapporti con l’Europa. Nel caso “Brexit” dove si è fatto recentemente paladino dell’indipendenza inglese in contrapposizione a Obama non ha saputo motivare con forza la sua posizione, rischiando quasi paradossalmente di favorire la parte avversa. Non è sufficiente dire “luce” per dissipare l’oscurità. L’assenza di un ragionamento più profondo, su programmi e idee, rischia di essere deleteria sul lungo termine e potrebbe compromettere il suo intero progetto politico (ammesso che ve ne sia uno) condannandolo alla marginalità. In sostanza, la sciatteria e la superficialità con cui affronta qualunque questione, dalle più serie alle meno rilevanti, rischiano di rendere realmente negativo, almeno a livello di percezione, anche quel poco che di positivo viene enucleato. Se è vero come cantava De Andre’ che <dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori> è pur sempre vero che dalla banalità può nascere soltanto altra banalità.

Ma allora qual è il segreto del suo successo? Quale la chiave interpretativa della sua travolgente scalata politica. Dipingerlo semplicemente come un “Berlusconi a stelle e strisce” sarebbe riduttivo, anche se chiaramente alcune similitudini sono evidenti. Trump non è un vecchio ed elegante liberale ossessionato dall’anticomunismo che si trascina da una festa del Rotary all’altra strizzando l’occhio alle belle donne; se ne frega totalmente del comunismo che non sa nemmeno cosa sia. Ha piuttosto il fascino del “primitivo”, dell’”originario”, del “primordiale” dell’“essenziale-istintivo”; il fascino selvatico del cacciatore pleistocenico che torna alla caverna felice di aver ucciso il Mammut o la tigre dai denti a sciabola. La sua contestazione al Sistema, all’Establishment e più in generale a qualunque struttura di partito non avviene mediante il richiamo ai tradizionali valori di destra come Dio, Patria e famiglia, ma è pura energia distruttiva. Il risultato di tutto ciò per molti è lo sconcerto ma anche un’inconscia e sottile ammirazione. La dialettica socratica è distrutta, annichilita dal crepuscolo della ragione. Con lui e con le forze di cui è espressione il concetto stesso di dialettica perde di senso. Non esiste più un conflitto fra posizioni antitetiche mediato dalla ragione, ma soltanto energie irrazionali. Il logos dunque si dissolve sconfitto dall’istinto e dall’emozione.

D’altra parte, se Trump in qualche modo rappresenta l’Anti-sistema, Hillary Clinton o “Killary” com’è stata recentemente apostrofata, simboleggia sicuramente il Sistema in tutta la sua forza conservatrice ed energia restauratrice. Per capire Hillary è necessario un brevissimo excursus sul suo retroscena politico e personale. Questo candidato proviene da un mondo e da un universo culturale diversi da quelli di Obama. E’ cresciuta durante la guerra fredda respirando l’atmosfera pesante dell’epoca in una famiglia certamente non “liberal” e con un padre, ufficiale della marina, conservatore, repubblicano e ferocemente anticomunista. Non sorprende pertanto il fatto che inizialmente avesse aderito al partito repubblicano. Non è scorretto quindi, secondo alcuni osservatori, intravedere una continuità fra la sua azione e quell’establishment politico che da Kennedy fino a Bush , ha creduto fermamente nel ruolo dell’esercito per promuovere e difendere la supremazia americana nel mondo. Come ha fatto recentemente notare Mark Engler sul New Internationalist, Hillary nella sua attività politica è più di una volta entrata in contatto con l’ex segretario di stato Henry Kissinger la cui controversa storia politica è familiare a molti per l’atteggiamento fortemente interventista in politica estera. Hillary, da Segretario di Stato, in più di un’occasione ha definito Henry <un amico> elogiando le sue <astute osservazioni> e affermando di <fare affidamento sui suoi consigli>.

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 mentre Obama, grazie all’aiuto di G. Soros e al silenzio complice dell’UE, era impegnato a sostenere il colpo di stato neo-fascista che portò alla destituzione del presidente ucraino Yanukovic (corrotto quanto si vuole, ma comunque democraticamente eletto) e mentre le milizie di estrema destra di Pravyi Sektor imperversavano terrorizzando gli oppositori politici, Hillary sosteneva che le motivazioni di Putin riguardo all’Ucraina erano paragonabili alle passate ambizioni di Hitler nell’Europa orientale. Più recentemente quando la Russia ha tentato di difendere le minoranze russe in rivolta nel Donbass, ha ripreso il tema affermando di <essere convinta della necessità di uno sforzo concertato per far pagare alla Russia e soprattutto a Putin i costi di questa politica>.

Stephen Sestanovich, ex dipendente del dipartimento di stato sotto Bill Clinton e autore di un libro intitolato Maximalist: America in the World from Truman to Obama ha affermato che non si erano visti toni cosi accesi contro la Russia dai tempi dei Reagan. Tuttavia, mentre a quell’epoca c’era una critica più sistemica e articolata nei confronti del socialismo e dell’Unione Sovietica, in questo caso l’odio sembra più viscerale e prevalentemente diretto alla persona stessa di Putin. Quello su cui molti concordano è che una vittoria della Clinton potrebbe fare ulteriormente degenerare una situazione già precaria con conseguenze imprevedibili.

La polemica con la Russia ha sfiorato, a mio avviso, il ridicolo quando Il rappresentante del Partito Democratico al Congresso Tim Ryan ha recentemente ipotizzato che le nuove indagini dell’FBI sulle e-mail di Hillary Clinton possano essere state pilotate in qualche modo dal Cremlino. Dunque, “tutta” o ampi settori della Polizia Americana prenderebbe ordini da Putin? “C’è del Metodo in questa follia” scriveva Shakesperae nell’ Amleto. Qui invece non ci sono né metodi né progetti, ma soltanto pura follia senza regole che rischia di trascinare il mondo nell’abisso per un capriccio personale e per una smania di grandezza individuale. Questa gente, per altro, è la stessa che all’occorrenza non esita a definire “complottisti” e “populisti” i cittadini disperati che chiedono un cambiamento radicale e un maggior coinvolgimento nei processi politici.

Naturalmente nel caso specifico l’accusa di Ryan ha costretto Putin a dichiarare che < la Russia non può influenzare il corso delle elezioni, sottolineando che gli Stati Uniti non sono una “repubblica delle banane” ma una grande potenza>.
Tutto ciò naturalmente non significa che si debba necessariamente arrivare alla guerra aperta. Hillary, infatti, non è nuova a cambiamenti politici anche repentini legati a contingenze e opportunità del momento. Ha ammesso di aver votato male in passato quando si espresse a favore della guerra in Iraq e ha dovuto almeno temporaneamente ritirare il suo sostegno allo scellerato Transatlantic Trade and International Partnership (TTIP) per guadagnare il necessario consenso della sinistra più radicale e dei giovani. Il suo lessico tuttavia suscita paura soprattutto in un momento come questo di forte instabilità globale.

Detto questo, parlando di Clinton non ci possiamo soltanto limitare alla politica estera e alla pace ma è necessario anche concentrarsi su alcune questioni di bioetica come l’aborto. Pochi, infatti, sono i politici che hanno preso una posizione tanto chiara in suo favore. Spesso le tecniche comunicative messe in atto per promuovere la legalizzazione di pratiche abortive tendono a concentrarsi in modo capzioso su circostanze estreme come la violenza sessuale o la malformazione del feto. Argomenti altrettanto in voga sono poi quelli connessi alle questioni di “Salute Pubblica” “Public Health” con tutte le sovrastrutture retoriche e ideologiche che ben conosciamo. Hillary però va oltre e nel programma televisivo “Meet the Press” afferma con grande sicurezza che < Le persone non nate non hanno diritti costituzionali> E tanti saluti, aggiungo io. Altra novità nel panorama pro-choice è il sostegno che le è stato garantito dal Planned Parenthood, una vera e propria multinazionale dell’aborto, che pur avendo in passato sostenuto candidati abortisti non si era mai schierata in modo così pubblico ed esplicito a favore di un contendente. Come riportava il periodico Tempi già nel gennaio 2016, quest’organizzazione si è impegnata a versare 20 milioni di dollari per sostenere la campagna della Clinton. L’ex segretario di Stato già allora ringraziò per la cospicua donazione lanciando l’hashtag #StandWithPP. Da quel momento in poi l’interesse da parte della galassia pro-choice per la Clinton è ovviamente cresciuto in modo esponenziale.

Avviandoci alle conclusioni è giusto porre l’accento su quanto questa campagna elettorale così gretta, banale e fatta di slogan mal si accordi con il contesto internazionale di grave complessità che richiederebbe piuttosto una maturità profonda dei candidati.

Se è vero come fece già notare Alexis de Tocqueville nel suo lavoro del 1831, La democrazia in America, che la presenza di molti fattori storici culturali e sociali ha concorso <a fissare la mente degli Americani su obiettivi puramente pratici> è pur vero che il totale disinteresse per la “res publica” sta crescendo negli ultimi tempi a dismisura sia negli Stati Uniti che più in generale in tutto il mondo anglosassone. La passione tipicamente latina per la politica e per la gestione del “collettivo” che abbiamo ereditato dalla cultura classica è vista con sospetto dalle élite americane e transnazionali che tendono a destrutturare le democrazie nazionali.

Il “popolino” in quest’ottica deve solo poter sopravvivere concentrandosi su obiettivi pratici di breve e medio periodo, lasciando ad altri più “saggi” e più “esperti” la gestione del proprio futuro.

In queste condizioni, i concetti di destra e sinistra stanno perdendo di significato avendo l’unico scopo di alimentare una falsa contrapposizione che distoglie il cittadino dalle contraddizioni reali di cui è vittima. Tali sterili divisioni permangono unicamente come elementi vuoti e residuali, come fossili di un passato che non ha più niente di sostanziale. In parallelo, i politici di riferimento sembrano solo maschere da teatro che servono a veicolare all’ex cittadino divenuto cliente contenuti enucleati ed elaborati altrove.

La situazione è tragica ma non seria. Deve essere tuttavia compresa con grande rapidità se desideriamo fermare tale deriva e rimodellare liberamente il nostro futuro.

 

Dr Francesco Binazzi

Vice Presidente Scienza e Vita Firenze