Gigliola Borgia la volontaria Cav che “profumava di Paradiso”
Gigliola Borgia la volontaria Cav che “profumava di Paradiso”

Gigliola Borgia
Nel 1976 Gigliola Borgia, ostetrica, rientrando a Firenze dopo una esperienza missionaria nella Repubblica Centroafricana fu contattata dal ginecologo Prof. Enrico Ogier, allora presidente del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) di Firenze, fondato, primo in Italia, da circa un anno. Il primario le chiese se poteva prestare la sua attività professionale a favore di mamme in difficoltà per una gravidanza non desiderata e a collaborare per dare un assetto stabile e ben organizzato al Centro. Gigliola, secondo il suo stile, accolse subito l’invito con entusiasmo.

La sua vocazione, fin dall’inizio, era proprio quella di essere al servizio della vita nascente. Poteva iscriversi alla Facoltà di Medicina, ma preferì la scuola di ostetricia perché sentiva che il suo “lavoro” doveva essere quello di accompagnare le mamme in attesa e particolarmente nei momenti del parto. Una nuova vita, per lei, era sempre un miracolo: il segno che Dio non si dimentica dell’umanità. Aveva desiderato di svolgere la sua professione in San Frediano, prima di tutto per la caratteristica di quartiere popolare, ma anche perché lì avevano casa la sua grande amica e compagna di studi Fioretta Mazzei e il “grande” Don Cuba! Per motivi burocratici non ottenne quella “Condotta”. Tuttavia il suo desiderio di impegnarsi per le mamme più fragili era già stato appagato da un disegno sicuramente Provvidenziale. Per una serie di coincidenze, poco dopo il conseguimento del diploma, era partita per il Brasile dove rimase per tre anni, dal 1953 al 1956. Racconta Gigliola: “Mi trovavo in una colonia agricola e l’unico “sanitario” del posto era un meccanico dentista. Le mamme, per partorire, dovevano andare in un villaggio distante 60 km di pista rotabile. C’era un unico mezzo: “la perna”, un bussino. Per raggiungere il villaggio ci si potevano impiegare 2 ore come un giorno: bastava un temporale”. La popolazione era costituita in gran parte da coloni, operai e braccianti italiani, meticci, indios, mulatti e anche giapponesi che coltivavano il cotone. Le mamme per andare a partorire, dovevano muoversi anche un mese prima del parto presunto per essere sicure di ricevere assistenza.

La successiva permanenza a Firenze fu abbastanza breve. Dopo circa 8 anni, all’inizio del 1964 era già ripartita, questa volta per Papua-Nuova Guinea da dove tornò 4 anni dopo. L’invito era venuto da un vescovo cattolico impegnato a dare attuazione ad un progetto del Governo Australiano finalizzato all’assistenza alla maternità e all’infanzia in una regione abitata da tribù del tutto primitive. Fu ospite di una missione dei Padri Verbiti. Come ostetrica riceveva un compenso dal Governo australiano ed aveva la responsabilità delle gestanti e dei loro bambini fino al quinto anno di vita, comprese le vaccinazioni ed i controlli periodici. Raccontava Gigliola: “Là mi muovevo in barca grande anche per 15 giorni su e giù per il fiume sulle cui sponde sorgevano i villaggi degli indigeni affidati alle mie cure, fino al mar di Bismarck; ma anche in canoa per raggiungere i villaggi più sperduti”. L’esperienza, che durò fino al 1968, fu certamente dura, ma ricca di valori umani e spirituali. Gli aborigeni l’avevano “adottata” e la consideravano come una loro antenata rediviva. Quando informò i capi che sarebbe tornata in Italia la popolazione fece di tutto per non lasciarla partire ma alla fine si convinsero. “Mi fecero allora grandi doni: cinture, ornamenti di conchiglie, una maschera per il sing-sing (una danza che si svolge in occasione di eventi importanti per la comunità o per il singolo). Fu indubbiamente una ricca esperienza anche professionale. L’attività missionaria non era comunque conclusa tanto che dal 1975 alla metà del 1976 si trasferì in una missione di frati Cappuccini in Centroafrica.

Tutta la sua carica spirituale e umana si è poi espressa nella dedizione totale a favore delle tante donne che cominciavano a rivolgersi al CAV per ottenere consiglio e aiuto per una gravidanza indesiderata. Iniziò subito organizzando attività di informazione. Il centro non era una struttura ecclesiale ma profondamente laica nel senso più positivo della parola. La difesa di ogni vita umana, fin dal concepimento è infatti (o dovrebbe essere) il valore fondante di ogni società civile. Il primo dépliant da lei ideato aveva, in prima facciata, due punti interrogativi: “Sei incinta? Serve aiuto?” e iniziò subito a organizzare incontri per spiegare “la meraviglia della vita umana nascente” e l’attività del CAV.

Alla fine degli anni ’70 e nel decennio successivo la quasi totalità delle donne che si rivolgevano al Centro erano italiane, non sposate, quasi sempre abbandonate dal “compagno” e frequentemente mandate via di casa per evitare “il disonore” per la famiglia. Gigliola non aveva problemi: accoglieva questa ragazze in casa sua e le aiutava a trovare qualche soluzione. Una di queste aveva letto su “Famiglia Cristiana” un articolo di Gigliola. Non pose tempo in mezzo, comprò un biglietto per il treno dalla Puglia a Firenze con i pochi soldi che aveva e riuscì a contattare il CAV dopo aver chiesto informazioni. Gigliola non fece problemi, la ospitò in casa sua e la ragazza, per la gioia di aver avuto il figlio, fece addirittura inquadrare il biglietto ferroviario per mezzo del quale era venuta a Firenze! (Quel quadretto così significativo è ancora in casa della ragazza, ormai sposata). Tuttavia Gigliola non si limitava a mettere a disposizione la propria casa, ma faceva di tutto per ricucire i rapporti fra le ragazze e le loro famiglie di origine, superando i falsi “tabù” della onorabilità.

La generosità di Gigliola è rimasta proverbiale. Quando tra i motivi che inducevano a pensare ad una interruzione della gravidanza vi erano quelli economici, spesso diceva: “Che problema è?” e i soldi arrivavano (dai suoi risparmi!). Collaborò anche economicamente con Don Carlo Zaccaro e don Corso della Madonnina del Grappa per adattare la “Casa Speranza” di Settignano a casa di accoglienza per ragazze madri e poi per un villino, sempre di proprietà della Madonnina del Grappa, in Viale Cadorna e successivamente a Lastra a Signa, dove si trasferì per oltre un anno avviando l’attività di accoglienza. Per uno di questi restauri offrì tutto il ricavato, molto rilevante, della vendita di un immobile di sua proprietà.

Fra le tante attività va ricordato che Gigliola è stata la prima in Toscana ad insegnare il “metodo Billings” per la procreazione responsabile e che fu lei a impegnarsi per far venire a Firenze gli stessi coniugi Billings.

L’amicizia con Fioretta Mazzei fu molto forte. Fioretta era per Gigliola una consigliera di fiducia sulle questioni politiche, sociali ed economiche di Firenze e sullo “stato dell’arte” nella Chiesa. Gigliola dava una mano a Fioretta nell’educazione affettiva e sessuale di gruppi di ragazze di San Frediano che si riunivano nella casa di via dei Serragli o, in estate, nella casa di Metato (a circa metà strada fra la Consuma e Vallombrosa).

Al Centro di Aiuto alla Vita tutti ricordano Gigliola come una persona eccezionale per capacità organizzativa, operosità, generosità e umiltà (tutto faceva nel silenzio e senza cercare applausi!), ma specialmente per la sua profonda spiritualità e grande sensibilità umana.

Il 13 gennaio, in occasione del trigesimo dalla morte, verrà celebrata una S. Messa in suo ricordo alle ore 18 nella chiesa di S. Remigio, di fronte alla “Culla per la Vita”.

prof. Angelo Passaleva

(pres. Cav di Firenze)

 

E’ possibile guardare un’intervista a Gigliola borgia al link:

https://www.youtube.com/watch?v=Va10SiOJgp0