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Uno sguardo alla legge fine-vita approvata alla Camera

By: giovane

Non è un errore di battitura: quella approvata alla Camera lo scorso 20 aprile, più che una legge sul fine vita, è una legge fine-vita. Cioè una legge che ha il celato scopo di creare un varco, una uscita di sicurezza nella legge penale, per consentire, senza che il popolo se ne accorga, che l’eutanasia penetri prima nell’ordinamento italiano e poi, mano a mano, nella cultura.

 

Mi è doveroso ricordare da dove si parte. Si parte da una situazione in cui l’eutanasia e l’istigazione al suicidio sono reati, puniti con la reclusione. L’accanimento terapeutico è un concetto che non investe affatto gli ospedali, dove per svuotare un letto non si sa cosa si farebbe e – si può star tranquilli su questo – nessun medico è intenzionato mai a protrarre le cure oltre il necessario. Questa idea del medico che insuffla artificialmente aria nei polmoni di un morto , che idrata un moribondo, che insomma si intestardisce – evidentemente per sua ignoranza – a voler ridare la vita a un cadavere, novello dottor Frankestein, è una idea che non trova particolari riscontri nella sanità di oggi. Al contrario, con tutti i tagli selvaggi che ci sono stati, il precariato, l’oggettiva arretratezza di tanti ospedali italiani, è legittimo pensare che tutto si faccia, fuorché accanirsi sui pazienti incurabili. 

Oltre a questo, c’è il lato buono del rapporto medico-paziente, definito di “beneficiency in trust“. Non è infatti possibile, né augurabile, ridurre il rapporto medico-paziente ad un rapporto puramente contrattuale, in cui il medico non è più un professionista, ma semplicemente uno che “fa delle cose col tuo corpo, che tu gli chiedi”. Questo non è possibile né augurabile non perché non ci sia chi lo vorrebbe (la sanità è un business tra i più lucrosi) ma perché questo rapporto contrattuale partirebbe zoppo. Si ha da un lato un medico che sa il suo mestiere, sa cosa occorre, quali cure sono efficaci nel caso concreto e quali no; dall’altro il paziente, ignaro di tutto, che “sente dire” o “legge su internet” di questa terapia o quell’altra. Un rapporto del genere non andrebbe da nessuna parte, perché chi chiede le cure non sa che cure chiedere, e chi le fornisce sarebbe obbligato a fornire cure che non servono, o in cui non crede. Ecco perché “beneficiency in trust”: da un lato ci sono io, il medico, che ho giurato di farti del bene e solo del bene. Dall’altra parte ci sei tu, il paziente, che ti fidi della mia professionalità.

Non bisogna poi dimenticare che, per l’ordinamento italiano, la vita è indisponibile da parte del paziente. Egli cioè non può chiedere ad altri di farsi uccidere, e nemmeno di farsi mutilare (salvo la donazione di reni e di sangue, che sono però autorizzate con legge specifica). Il paziente può rifiutare un trattamento terapeutico, questo è vero; anche se il rifiuto determina la morte: vero anche questo. Tuttavia il suo desiderio non sarebbe di per sé eutanasico, dal momento che egli vuole non morire, bensì intende rifiutare QUEL trattamento sanitario.

I primi due elementi, ossia il divieto di eutanasia e  il rapporto medico-paziente così come descritto sono quelli che saltano con questa legge.
Per quanto riguarda il terzo, ossia l’indisponibilità della propria vita per nella possibilità di rifiutare le cure, viene forzato ottenendo con questa il superamento di quella.

Come si ottiene questo risultato? Semplice: basta dire che

  1. il paziente deve essere informato (e ci mancherebbe)
  2. il paziente deve manifestare il suo consenso alle cure che gli si somministrano (e qui abbiamo dei problemi pratici… ne parliamo più oltre)
  3. il medico DEVE sottostare alle DISPOSIZIONI del paziente.
  4. idratazione e alimentazione SONO TRATTAMENTI SANITARI RIFIUTABILI.

Ecco come si apre il varco:

«Il paziente, nella sua piena autonomia, decide che questo trattamento sanitario, ossia l’alimentazione forzata, non è una cosa che può mai volere. Questo anche se, al momento di esprimere questa decisione per iscritto, non è minimamente in condizione di sapere cosa realmente lo attende. A questo punto, nel caso in cui egli si trovi effettivamente nella condizione di essere alimentato forzatamente o morire, egli può lasciarsi morire. Il medico è tenuto a rispettare la sua volontà, e nessuno, famiglia compresa, può opporsi.»

Quella tra virgolette non è quello che succede in realtà, o che ci si augura che succeda. E’ solo la favola bella che ci viene raccontata, il fumo che ci viene buttato negli occhi.

Quello che in realtà si vuole autorizzare è consentire ai casi tragici che oggi si concludono in Svizzera di avvenire anche in Italia. Naturalmente con gran strombazzamento di giornali e telegiornali. E una domanda che si fisserà nel cervello di molti: ma perché farli morire di fame e di sete (cosa che la legge ORMAI già permette) quando con una fiala di veleno possono morire all’istante e in modo indolore?

E’ l’eutanasia in due mosse di cui avevamo già parlato. clicca qui

La lettura del disegno di legge approvato alla camera è sconfortante. Si trovano una miriade di frasi tese a rassicurare il lettore, come se la legge non fosse uno strumento tecnico di lavoro, bensì una “grida” manzoniana, un cartiglio del granduca letto agli incroci di strada da un banditore, col preciso scopo di instillare nelle persone la fiducia sul fatto che chi li governa è bravo e coscienzioso.

Queste frasi apparentemente rassicuranti in realtà sono alcune perfettamente inutili ( e nell’ordinamento una norma inutile è spesso anche dannosa) altre ambigue. Si afferma che il paziente deve essere informato (e tante grazie, lo sanno tutti); si afferma che il dottore non deve mai idratare il paziente agonizzante (e anche questo è ovvio e lo si è sempre fatto); si afferma poi che il medico deve sempre lenire il dolore del paziente, anche nel caso in cui questi esplicitamente lo rifiuti (assurdo, dato che c’è chi preferisce soffrire ma essere lucido, almeno di quando in quando).

NON si afferma, invece, che è vietato l’abbandono terapeutico, ossia la condizione in cui il medico abbandona al suo destino l’ammalato, negando le cure (piuttosto che adempiendo ai voleri del paziente di non curarsi). Questo significa che in presenza di disposizioni di trattamento in tal senso, che come detto sono vincolanti per il medico, egli può semplicemente dire “ciao ciao” al paziente, senza violare alcuna norma o cautela. E questo è indiscutibile, perché il ddl originario conteneva una norma che proibiva l’abbandono terapeutico, che è stata eliminata con un emendamento governativo.

NON è chiaro, poi , come ci si comporta in caso di minori. Una corretta interpretazione mi porta a pensare che non sia pensabile per un minore, né per un genitore al posto suo, di compilare una DAT (disposizione anticipata di trattamento) in cui voglia chiedere di staccargli acqua e cibo. Ma non è il caso di fidarsi: ci si può arrivare per analogia.

NON è chiaro (si diceva sopra) come si fa quando la situazione clinica muta profondamente rispetto a quanto definito nelle DAT, tali che esse siano inapplicabili. Ci si trova davanti ad una contraddizione insanabile: da un lato queste disposizioni, che sono vincolanti per il medico, e dall’altro la realtà del fatto concreto, che rende il contenuto di quelle disposizioni magari la cosa più stupida che si possa fare. Che fare? Andare incontro ad una consapevole stupidità per rispettare la volontà scritta del paziente (che però non può disporre della sua vita) o andare incontro ad una denunzia in sede penale  per non averlo fatto?
La legge mette su un paio di foglie di fico: se la situazione cambia, ci si rivolge al fiduciario, e si concorda con lui una strategia terapeutica. E se il fiduciario non c’è? Ci si rivolge al giudice. E se il paziente è cosciente e si può chiedere a lui? Occorre che prima si cambino le DAT: va videoregistrata la revoca alla presenza di due testimoni. E se la situazione precipita e non c’è tempo di farlo?

Già: la necessità, questa sconosciuta. Lo stato di necessità, che toglie ogni crimine, ogni illecito, che è pane quotidiano negli ospedali dove continuamente capita che saltino fuori urgenze e necessità che non permettono di perdere tempo, e meno che mai con le scartoffie burocratiche, è il grande assente in questa legge. Tanto che molti medici si stanno già lamentando, definendo questa norma assurda e inapplicabile, laddove venisse approvata.

Quindi abbiamo una legge che ingessa il rapporto medico-paziente allo scopo di veicolare, in questa ingessatura che sono le DAT, una volontà eutanasica del paziente. Ci sono poche speranze che il Senato si opponga. Stiamo a vedere cosa succede.

V per Vita

DISEGNO DI LEGGE COSI' COME APPROVATO DALLA CAMERA, IN LETTURA AL SENATO

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