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Ho 20 anni e sono felice di essere mamma

By: giovane

 

Ciao, io sono B. ho 20 anni e sono felice di essere mamma.

Se mi chiedessero qual è la gioia più grande al mondo be’…..quella gioia ha un nome e un visetto stupendo…. il visetto di mio figlio V. di appena un mese e mezzo.

Quando i suoi occhioni incontrano i miei mi si riempie il cuore gioia e ringrazio me stessa per aver dato l’opportunità al mio piccolo di guardare e sorridere alla sua mamma.

L’avventura per me e per mio figlio è iniziata nell’aprile 1999, quando un test acquistato in farmacia poche ore prima, mi ha rivelato di essere incinta.

E’ stato come se il soffitto e le pareti del bagno di casa mia si sgretolassero piano piano e mattone dopo mattone mi crollasse tutto addosso fino a seppellirmi viva.

In un certo senso era tutto quello che volevo in quel momento …..nella mia mente i pensieri scorrevano come la pellicola di un film già visto .… e quel film era la mia vita e tutto ciò che fino allora era una realtà e una certezza, improvvisamente non lo era più.

Quell’evento avrebbe sconvolto l’equilibrio al quale ero aggrappata …. Un equilibrio di vita che per me era un traguardo lontano ma che forse avevo raggiunto.

La mia vita fino a quel momento mi era sembrata quasi chiara.

Avevo raggiunto uno scopo di vita e molte erano le prove sicure che avrei dovuto affrontare, dagli esami di maturità alla mia scelta di lavorare all’estero per poi tornare in Italia e iscrivermi alla facoltà di sociologia a Milano.

Quel test di gravidanza tra le mie mani mi faceva tremare le gambe e le lacrime mi scivolavano sul viso ininterrottamente.

Volevo solo telefonare al mio ragazzo per liberare la mia angoscia.

Presi il telefono in mano e lo chiamai.

La sua reazione mi stupì.

La nostra relazione durava ormai da più di cinque anni, credevo di conoscerlo bene ed ero anche cosciente del fatto che stavamo vivendo una crisi di coppia e che entrambi avevamo bisogno di spazio e di vivere la nostra vita che si stava indirizzando in due direzioni opposte.

La sua felicità mi mise ancor più in crisi.

Lui era entusiasta all’idea di diventare padre e, anche se mi aveva lasciato libera scelta, in qualche modo premeva affinchè io decidessi di portare a termine la gravidanza.

Da quella sera iniziò per me un processo psicologico difficile, che mi portava a confondermi le idee e a pensare al senso della mia vita e i miei pensieri si facevano via via sempre più contorti.

Con i miei genitori non ho mai avuto un bellissimo rapporto e soprattutto con mio padre il dialogo si era rivelato difficoltoso e conflittuale.

Come fare a dirgli una cosa del genere?!?

Decisi di non parlare a nessuno finchè non avessi deciso da sola cosa fare.

Ne parlai soltanto a una mia compagna di classe, una mia grande amica, ma ero praticamente decisa a non portare a termine la gravidanza; anche se quando fantasticavo su mio figlio e su come sarebbe stata la mia vita nel caso l’avessi tenuto, mi accorgevo (e non solo io) che i miei occhi si illuminavano stranamente.

Nonostante la strana luce negli occhi, mi recai al consultorio del mio paese decisa a fissare un appuntamento in ospedale per l’interruzione di gravidanza e così feci.

Quel foglietto rilasciatomi dal consultorio significava per me il raggiungimento dei miei progetti e l’inevitabile interruzione della vita della piccola creatura dentro di me.

Non sapevo cosa pensare, anche perché il caso aveva voluto che in quegli stessi giorni a scuola durante l’ora di religione non si parlasse altro che di aborto, compreso il terribile filmato di un aborto preso minuto per minuto.

L’idea del day-hospital mi faceva rabbrividire: sarei entrata al mattino con mio figlio in grembo ed entro sera sarei uscita senza di lui e non avrei mai provato la gioia di vederlo nemmeno per un istante.

Iniziai a riflettere e scrissi su un foglietto di carta gli aspetti positivi e negativi di quella gravidanza.

Se da una parte c’erano i progetti, l’Irlanda, il fatto che ero disoccupata, la paura di non andare d’accordo col mio ragazzo e l’ostilità dei miei genitori, dall’altra rimaneva la sensazione di una vita in me, la felicità del mio ragazzo e quella strana luce negli occhi.

Avrei comunque dovuto decidere alla svelta, perché l’appuntamento con l’ospedale e il termine del terzo mese erano troppo vicini da permettermi troppe distrazioni.

Giorno e notte pensavo solo a quello che stavo per fare e spesso la sera parlavo con quella creatura la cui vita era appesa a un fila e mi resi conto che dipendeva solo da me.

Ora, se devo essere onesta la mia decisione l’avevo già presa; gli aspetti positivi prevalevano su quelli negativi, ma avevo paura ad ammettere che volevo questo figlio più di ogni altra cosa al mondo.

Arrivò il fatidico giorno di andare in ospedale.

Il mio ragazzo mi venne a prendere al mattino presto.

Tristi entrambi , entrammo in reparto, anche se io sapevo già come sarebbe andata a finire.

Mi presentai all’infermiera e consegnandole il foglietto dell’appuntamento dissi: “Ho cambiato idea …. Voglio tenere il mio bambino”.

Vidi il viso del mio ragazzo cambiare espressione. Ora un sorriso stupendo gli illuminava il viso e uscì dall’ospedale praticamente volando.

Così si chiudeva una parte della nostra avventura ma, considerando il fatto che vivevo ancora in casa con i miei e dovevo studiare per la maturità, avrei dovuto dare la notizia anche ai parenti.

I primi a saperlo furono i genitori di lui, mio fratello e mia nonna.

Tutti erano felici ma io temevo la reazione violenta di mio padre.

Mia madre si mise a piangere disperata e a mio padre dovette dirglielo mio fratello, una mattina mentre io era a scuola.

La decisione di usare mio fratello come intermediario non era certo per una mia debolezza, ma soltanto per il fatto che lui ha sempre avuto maggiore dialogo con mio padre rispetto a me.

Quel sabato mattina me lo ricorderò per tutta la vita.

Tornai da scuola aspettandomi il peggio e il mio sesto senso purtroppo non mi ingannò.

Ebbi ripetuti scontri con mio padre e arrivammo al punto di evitarci fisicamente: studiavo in biblioteca o a casa del mio ragazzo e mangiavo in camera mia e quando stavo in cucina mio padre cambiava stanza.

Nonostante tutto la scuola finì e i miei compagni di classe facevano a gara per portarmi chi le tutine chi degli oggetti per il bebè e chi gli indumenti ricamati a mano dalle proprie madri.

Io nel frattempo comunicavo con mio figlio sia tramite la voce che tramite dolci letterine che conservavo gelosamente, in cui spiegavo al mio bimbo cosa stava succedendo intorno alla sua mamma.

Passavo le mie giornate agitata per gli esami ormai vicinissimi e quando non studiavo giravo per le agenzie col mio ragazzo in cerca di una casa.

Quando affrontai la prova orale alla maturità, la mia pancia era già visibile ma molte erano le cose da preparare in attesa del piccolo.

Di una cosa però io ed il mio ragazzo eravamo certi: l’avremmo amato più di noi stessi perché lui era la nostra gioia e il nostro cucciolo che necessitava solo di tanta cura e di tanto amore.

Questo in sostanza significa essere padre e madre.

Il senso dell’amore verso il piccolo era chiaro e nessuno al mondo poteva distruggere quelle emozioni che provavamo nei suoi confronti.

Il dialogo con mio padre si riaprì solo alla fine di luglio quando gli dissi che me ne sarei andata di casa la settimana successiva.

Solo allora capì che la mia vita era cambiata e che io non ero più solo sua figlia ma che ero a mia volta mamma di quello che sarebbe stato il suo primo nipotino.

Ora guardando e riguardando gli occhi di mio figlio mi accorgo che nella mia vita, la sua è una presenza ormai indispensabile, la mia vita si è arricchita del ricchezza più grande … un bimbo sano e sorridente che conta solo sull’amore certo di mamma e papà e che un giorno quando sarà in grado di parlare potrà dire: “Ciao io sono V. e sono felice di essere al mondo”.

 

 

La testimonianza ci è stata inviata dal Cav di Alzano Lombardo, che ha oltre venti anni di attività.

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