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Charlie Gard e la BMA, due vergogne inglesi

By: giovane

Charlie Gard e la decisione della BMA: due pessime notizie per i prolife inglesi

Ultimamente la Gran Bretagna sembra ce la stia mettendo tutta per oltraggiare la vita umana ai limiti del possibile.

Non solo la Gran Bretagna è sempre stata all’avanguardia riguardo alle tecniche di PMA (il famoso rapporto Warnock del 1984 riguardava per l’appunto quell’argomento) e le ricerche sull’embrione umano in genere, tanto da aver realizzato il primo embrione chimera (metà uomo, metà animale) qualche mese fa.

Non solo la Gran Bretagna sta polverizzando il già labile concetto di famiglia, arrivando a teorizzare che il concetto di “parent” può non avere nulla a che vedere con l’avere generato il figlio, e talvolta nemmeno con il viverci assieme.

Due notizie recentissime hanno mostrato che in Gran Bretagna il mondo prolife è proprio all’anno zero.

La prima notizia, la più nota, è quella che riguarda Charlie Gard. Il neonato affetto da distrofia mitocondriale che secondo i medici inglesi deve morire, perché le cure che lo tengono in vita costituiscono accanimento terapeutico. I giudici inglesi hanno dato ragione ai medici, e due giorni fa persino la Corte Europea dei Diritti dell’uomo, dopo averci illusi con una misura cautelare che ha concesso a Charlie qualche giorno di vita in più, ha concordato con i giudici inglesi.

La cosa che stupisce in questa vicenda è però un’altra: i genitori di Charlie, che si stanno battendo per farlo vivere come ogni buon genitore dovrebbe fare, sono riusciti a raccogliere una somma considerevole di denaro per consentire a Charlie di tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti. Diversamente da come una corte italiana avrebbe deciso, i giudici inglesi non hanno evidentemente concesso a Charlie di volare via verso gli Stati Uniti, lasciando alla patria di Donald Trump questa patata bollente.
Mi domando: perché questa intransigenza?

Forse perché quello di Charlie costituirebbe un precedente pericoloso: la sentenza dei medici inglesi deve essere eseguita senza riserve, intoppi o appelli. Anche se è una sentenza di morte, anzi, soprattutto se è una sentenza di morte.

Ma per quanto drammatico sia il caso di Charlie, è comunque la morte di un solo essere umano che si profila.

Molte più morti si profilano invece a seguito della decisione della BMA, la British Medical Association , di due giorni fa. Avevamo accennato al tema in questo articolo. 

L’alto consesso di medici inglesi doveva decidere se eliminare i pur evanescenti limiti all’aborto in Inghilterra. Il tema era molto discusso, ma con aplomb britannico si è deciso che sì, i limiti tradizionali possono cadere in favore di una totale decriminalizzazione dell’aborto. Maggiori dettagli qui.

L’aborto in Inghilterra diventerà a tutti gli effetti un diritto: si parla di aborto on-demand. Già i limiti erano larghissimi, potendo abortire la donna senza addurre particolari ragioni fino a 24 settimane (sei mesi) – in Italia ciò è di fatto possibile fino a 12 settimane. Ora il limite sarà portato a 28 settimane, ossia sette mesi. Questo solo perché dopo 7 mesi un feto ha buone possibilità di sopravvivere fuori dall’utero, e persiste una legge inglese che obbliga a salvare il feto che ha possibilità di vita autonoma e che per ora non sarà toccata.

E’ facile prevedere che questa ulteriore apertura porterà a un incremento degli aborti in Gran Bretagna.

Che deve fare un prolife davanti a queste notizie? Il prolife italiano tira un sospiro di sollievo: da noi queste cose sono lontane. Persino quell’orrida legge sulle DAT che vorrebbero varare, applicata in un caso come quello di Charlie, non avrebbe portato allo stesso esito, dal momento che i genitori erano concordi nel volerlo salvare.

Ma un prolife inglese, come si deve sentire? A loro va tutta la mia personale stima. E’ difficilissimo portare avanti la fiaccola in un mondo che sembra andare di corsa verso il buio. In questa corsa, la Gran Bretagna a quanto pare vuole arrivare prima.

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