Sostenibilità ambientale: le parole che sono “macigni”
Sostenibilità ambientale: le parole che sono “macigni”

 

Ogni secolo ha le sue battaglie e con esse uniche ed indistinguibili parole. È così che parole come “Rinascimento”, “rivoluzione industriale”, “Guerra”, “PIL” e “Globalizzazione” l’ hanno fatta da padrone nel corso dei secoli passati.

La parola del nostro tempo è una sola: “Sostenibilità ambientale”.

 

Espressione ereditata sia dalle conseguenze del secolo che ci siamo lasciati alle spalle: sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, terribili incidenti con danni incalcolabili all’ambiente e alla sua salubrità. Ma soprattutto perché nel 1992 avvenne una delle più incisive prese di coscienza sulle tematiche ambientali: la “Conferenza di Rio”.

168 paesi si confrontarono sulla grande tematica di rendere lo sviluppo compatibile con l’ambiente, gettando di fatto le fondamenta del diritto internazionale in materia ambientale.

 

È qui che venne stabilito il concetto di sostenibilità: lo “sviluppo che deve rispondere alle necessità della generazione presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie”.

Difendere la generazione che verrà

Una definizione da cui si evince un senso profondo: non si può parlare di sviluppo sostenibile senza solidarietà fra le generazioni. D’altro canto, più volte la famosa attivista svedese G.T.  ne ha ribadito il principio: “Ci state rubando il futuro!”.

Tanti sono gli slogan e le campagne pubblicitarie in questo senso (il “protocollo di Kyoto”, il “Friday for future”  e l’imponente macchina internazionale messa in moto a difesa dell’ambiente), ma ancora non basta.

Come dice il mio professore di Diritto dell’ambiente, “le parole sono macigni”. Convinto che questo insegnamento sia valido anche per la vita quotidiana, scopro quanta  polvere si nasconde sotto il tappeto degli slogan.

Il pensiero ecologista dominante, che si dice difensore delle generazioni future, sbatte in realtà contro l’incoerenza di un’ecologia decapitata del suo fine, che è l’uomo.

Pensandoci bene, quanto stona chi ci viene a parlare di generazioni future ma è miope verso ciò che forse più di tutto le offende (aborto)? Di fronte a questo paradosso, neanche le migliori iniziative ecologiste serviranno, se non si riconosce la radice umana della crisi ecologica.

Quando l’orecchio è duro all’embrione umano, al povero o ad una persona con disabilità, come pretendere che ascolti le grida della natura stessa!? Se si perde la sensibiltà personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, quanto può essere credibile difendere la “generazioni che verrà”?

 

La cultura dello scarto

Insomma, pretendiamo di difendere la natura mentre tradiamo la natura dell’uomo. Non è mera retorica, intendiamoci. Nella sua accezione più ampia, la compromissione del rapporto “persona-natura” è uguale in tutti i suoi aspetti; sia lo sfruttamento indiscriminato delle risorse che la “cultura dello scarto” – che non considera vita un embrione umano – rispondono ad un solo padrone: l’individualismo.

È la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti – uomini compresi – solo per il desiderio di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno. Intanto, la macchina della “sostenibilità ambientale” corre veloce con tecnologie sempre più efficienti, accordi e trattati, ma rischia di sbattere contro la sua incoerenza.

Non può essere quindi questa la direzione. Tra le tante concezioni ecologiste – ecosocialismo, liberalismo verde, ecologia profonda ecc. – una sola sembra essere la più rivoluzionaria: il modello dell’ecologia integrale proposto da Papa Francesco.

Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti (Papa francesco, Enciclica “Laudato sii”)

Un’ecologia che parla dell’uomo e della sua natura, del rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda – perché l’uomo non è fuori alla natura ma è parte della natura. Se si coglierà questa sfida, non solo tutto risulterà più semplice, ma soprattutto lasceremo ai posteri una parola – sostenibilità –   che sia ricca di senso, capace di durare per i secoli a venire.

 

Davide Rapinesi