American prolife
American prolife

Il mondo prolife americano – e di conseguenza, il mondo prolife in genere – è scosso in questi giorni da una prospettiva storica. 

A seguito della morte del giudice Ruth Baden Ginsburg, si è liberato un posto da giudice presso la Corte Suprema degli Stati Uniti

Il presidente Trump ha già prenotato quel posto, suscitando le ire di quelli che avrebbero preferito attendere l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, che avverrà a novembre ma non sarà nominato prima di gennaio. 

Le ire in questione riguardano anche l’identità della persona: il giudice Amy Coney Barrett

Ma andiamo con ordine. 

Anche se ne abbiamo sentito parlare, forse non è chiaro a tutti cos’è (e a cosa serve) la Corte Suprema degli Stati Uniti e perché è così importante. Se lo sapete, saltate questa parte.

Si tratta di un tribunale formato da nove giudici la cui nomina è vitalizia (anche se c’è l’usanza di dimettersi raggiunta una certa età). I nove giudici della corte suprema giudicano sulla coerenza tra le leggi federali (nonché quelle dei singoli stati) e la Costituzione Americana. 

Non dobbiamo infatti dimenticare che gli Stati Uniti sono uno stato Federale, quindi composti di 51 stati, ognuno dei quali ha una sua costituzione, sue leggi, un suo parlamento, un suo esecutivo, e persino una sua corte suprema. La corte di Washington D.C. però è la più forte di tutte: può smentire una norma o un principio che in un singolo stato federato sembra ovvio e scontato per chiunque. 

Per fare un esempio, una sentenza della Corte suprema ha decretato che il matrimonio egualitario tra persone dello stesso sesso dovesse essere permesso in tutti gli stati. E questo malgrado vi fossero degli stati in cui la cosa era non solo proibita, ma inconcepibile per la maggior parte delle persone.

La forza della Corte appare palese – per chi è stato a Washington D.C. – anche solo guardando la sua sede: una sorta di tempio greco che sorge proprio alle spalle del Capitol (non un cinema, ma la sede del Congresso degli Stati Uniti, cioè il parlamento) e accanto alla Biblioteca del Congresso (che è la più fornita al mondo). Quindi, il parlamento che fa le leggi ha alle spalle la Corte suprema che le interpreta e custodisce la Costituzione e la Library, cioè la sapienza che dovrebbe guidare tutto, e tutti e tre dominano il Mall, questo enorme e lunghissimo giardino alla francese (dove nei film passeggiano le spie con l’ombrello) che è la raffigurazione icastica del potere politico americano. In questo parco, la Casa Bianca fa capolino di lontano, ma non vi accede.

Le sentenze dei giudici della Corte suprema hanno un peso che può dirsi pari a quello della Costituzione stessa. Non si limitano a interpretarla, ma di volta in volta raffrontando le leggi di oggi a un documento di più di due secoli, le danno un significato e una vita nuova. Di fatto, ne ampliano il significato. In pratica, sono la Costituzione incarnata. 

Capito questo, e ricordandosi che si tratta di nomine a vita, si capisce come mai è cruciale avere un giudice amico in più alla Casa Bianca. Significa poter dominare l’interpretazione delle leggi per decenni. 

Fine del pippone-approfondimento, torniamo all’attualità. 

Maggioranza prolife?

Il presidente Trump ha avuto la fortuna di poter nominare ben due giudici della Corte Suprema (Gorsuch e Kavanaugh) portando la maggioranza della Corte dal lato repubblicano (5 a 4). Per chi se lo stesse chiedendo, questa cosa non solo si può fare, ma tutti i presidenti hanno sempre puntato a farlo. 

La recente morte della Ginsburg apre il terzo slot, ed è certo che Trump punterà a riempirlo. Infatti ha designato come giudice Amy Coney Barrett. 

48 anni (quindi promette di rimanere in carica a lungo) cattolica, madre di sette figli di cui due adottivi e dalla pelle nera. Personaggio integerrimo, il suo curriculum è impeccabile. Per di più, è l’allieva di Antonin Scalia, famoso ex-giudice italo-americano della Corte Suprema di cui condivide l’impostazione “originalista” (v. sotto). 

Qual è il problema?

Il motivo per cui la Coney Barrett fa tanta paura è che si teme che le sue posizioni dichiaratamente anti abortiste, unite al predominio repubblicano della Corte Suprema che già è presente adesso, possano ribaltare la storica sentenza Roe vs. Wade. 

Si tratta di una sentenza del 1973, uno dei capisaldi dell’abortismo internazionale. In essa sostanzialmente si afferma che se una donna desidera abortire, la legge del singolo stato federato non può impedirglielo, perché lederebbe la sua privacy (in soldoni è così). 

Non è quindi la sentenza che ha introdotto l’aborto negli Stati Uniti (era già presente in alcuni stati) ma la sentenza che ha reso l’aborto legittimo in tutti gli stati, e immodificabile dalla legge dei singoli stati. Di fatto, un diritto inalienabile della donna in tutti gli Stati Uniti.

Se si verificasse il casus belli (quindi un caso concreto in cui questo punto viene messo in discussione davanti a un giudice), e fosse portato davanti ad una corte con maggioranza repubblicana, è facile intuire che questa sentenza potrebbe essere ribaltata. 

Che succederebbe, allora? 

Difficilmente potrebbe succedere quello che molti pensano, cioè che l’aborto verrebbe ipso facto proibito in tutti gli Stati Uniti. 

In realtà una modifica della Roe vs Wade rinnegherebbe il carattere costituzionale di quel principio, senza però intaccarlo. In pratica, la palla ripasserebbe ai singoli stati, che potrebbero decidere ognuno a modo suo. Facile prevedere che gli stati più conservatori tornerebbero a proibirlo, mentre gli stati più liberal continuerebbero a contemplarlo.

Ciò a meno che la nuova sentenza non abbia una tale carica prolife da scongiurare anche questo: una conversione a U completa, per cui per la Costituzione americana l’aborto non si può proprio fare.

Pare uno scenario improbabile, ma chi può dirlo. Con una maggioranza così schiacciante (6 a 3) si può fare tutto.

Di certo c’è che le posizioni della giudice in pectore Coney Barrett sono chiare al riguardo. Secondo la sua impostazione, cosiddetta “originalista”, la Costituzione va interpretata come la interpreterebbero quelli che l’hanno scritta nel 1786. Una impostazione che guarda alle origini ed è decisamente…originale. Ma soprattutto, non è un mistero che sia contraria all’aborto per fede e per convinzione. 

Inutile dire che l’elezione di un presidente democratico o comunque di opinioni diverse interferirebbe poco o nulla con tutto questo. In pratica, il dado è tratto e non si torna più indietro.

E in Europa? Quali sarebbero le ricadute al riguardo? 

Non dobbiamo dimenticare che in Europa siamo un altro mondo. Se è vero che tante idee ci sono arrivate pari pari dagli Usa (l’atteggiamento liberal negli anni ’70 e il liberismo spregiudicato in economia negli anni ’80) è possibile – anzi probabile – che l’Europa risponda a questo drizzone prolife americano con una recrudescenza dell’atteggiamento pro-choice. Senza contare che le multinazionali abortiste dovrebbero rivolgere altrove i loro core business e non è difficile indovinare dove andrebbero. 

Staremo a vedere. Di certo, noi da qui possiamo fare assai poco. 

Una cosa è certa: una revisione della Roe vs Wade avrebbe portata storica. Dimostrerebbe al mondo che l’ultima parola sull’aborto non è ancora stata detta, ma che al contrario è ancora un tema discusso, e che fa discutere. 

V per Vita